UBER SCAPPA DALL'ITALIA E PUNTA A DELIVERY HERO: IL GRANDE BLUFF DEI CONTI IN PERDITA


 La notizia è rimbalzata tra le cancellerie finanziarie globali con il solito cinismo algoritmico: Uber sta trattando l'acquisizione totale del colosso europeo Delivery Hero con un'offerta miliardaria sul piatto. Una mossa aggressiva per dominare il mercato globale.

Peccato che, per chi osserva la realtà dalla strada e non dai grattacieli di San Francisco, questa notizia abbia il sapore amaro della beffa.

Stiamo parlando della stessa Uber che, dopo aver promesso per anni flessibilità e guadagni facili, ha smantellato da un giorno all'altro la divisione Uber Eats in Italia, lasciando a piedi migliaia di rider senza ammortizzatori sociali, tutele o preavvisi degni di questo nome. Per fermare quella fuga silenziosa e costringerla a pagare circa 7 milioni di euro di indennizzi agli ex lavoratori, c'è voluto l'intervento del Tribunale di Milano e la mobilitazione sindacale.

La scusa ufficiale? Sempre la stessa, ripetuta come un mantra da tutte le piattaforme: “Il mercato italiano non è sostenibile, i conti sono in perdita, non possiamo fare altrimenti”.

Ma le cose stanno davvero così? Il delivery è davvero un settore strutturalmente in perdita che giustifica lo sfruttamento e l'abbandono dei lavoratori, o siamo davanti al più grande bluff dell'era digitale?


Il paradosso del Delivery: se è in perdita, perché spendono miliardi per espandersi?


Per anni, colossi come Uber, Glovo e Deliveroo si sono trincerati dietro bilanci in rosso per giustificare paghe da fame, algoritmi punitivi e l'assenza di contratti di lavoro subordinato. Il ragionamento propinato all'opinione pubblica è stato: “Guadagniamo pochissimo, se vi diamo i diritti base il castello di carte crolla”.

Qui sta il trucco. I conti delle piattaforme sono stati spesso in perdita non perché il business della consegna di cibo non generi denaro, ma per precise e aggressive strategie di mercato:


Il cannibalismo competitivo: Per anni l'obiettivo non è stato fare profitto immediato, ma "comprare" quote di mercato a suon di investimenti miliardari dei fondi di venture capital. Hanno offerto sconti folli ai clienti e bonus specchietto per le allodole ai rider pur di eliminare la concorrenza.

Il monopolio come unico fine: Nel capitalismo delle piattaforme, chi vince prende tutto. Si accumulano perdite programmate per arrivare alla saturazione del mercato. Una volta rimasti soli o in pochissimi, si dettano le regole, si alzano le commissioni ai ristoranti, si aumentano i costi di consegna e si stringe la cinghia sui compensi dei rider.


La dimostrazione lampante è l'operazione in corso: una multinazionale che dichiara di non poter sostenere il costo del lavoro in Italia trova improvvisamente la liquidità per l'acquisizione di un concorrente europeo. I soldi ci sono, ma servono a comprare il mercato, non a pagare chi lo fa funzionare.


Chi paga il prezzo del "Capitalismo d'Inseguimento"?


Quando una piattaforma decide che un Paese non è più abbastanza redditizio o che la resistenza sindacale è troppo alta, spegne il server. In un clic, migliaia di persone perdono l'unica fonte di reddito.

Mentre i manager stringono accordi miliardari per spartirsi l'Europa, nelle nostre città la quotidianità dei rider è fatta di consegne a cottimo, incidenti stradali non coperti, aggressioni e discriminazioni algoritmiche. Lo sfruttamento non è un effetto collaterale di un mercato "in perdita": è il carburante stesso che ha permesso a queste aziende di raggiungere valutazioni miliardarie.

È ora di invertire la rotta

La fuga di Uber Eats dall'Italia e i successivi risarcimenti forzati dimostrano che il far west della Gig Economy può e deve essere regolato. Non possiamo più accettare la favola delle multinazionali povere che piangono miseria sui bilanci mentre firmano assegni a nove zeri per comprare i propri rivali.

Se il delivery produce ricchezza per gli azionisti e permette scalate societarie globali, deve produrre dignità e sicurezza per chi, quella ricchezza, la trasporta sulle spalle ogni giorno, sotto la pioggia o sotto il sole.

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