Chi si fa i caz... Oggi fa parte del problema
Non si lotta più per un contratto dignitoso, ma per aggirare un sistema di controllo robotico.
Il rider in bicicletta non è stupido. Sa perfettamente che la sua paga e la sua possibilità di lavorare sono filtrate da un algoritmo spietato che predilige un solo valore: la velocità. E la velocità, in questa corsa al ribasso, è quasi sempre sinonimo di un mezzo motorizzato.
L'algoritmo non vede l'uomo che pedala.
L'algoritmo non calcola la fatica, il sudore o il rischio di un incidente.
L'algoritmo vede solo l'efficienza: meno tempo, più profitto per la piattaforma.
Per sopravvivere, cosa deve fare il rider, l'ultima ruota di questo carro digitale? Deve barare. Deve mentire alla piattaforma che gli dà da vivere, dichiarando di essere su uno scooter o un'auto.
Questa non è furbizia; è l'ultima, disperata forma di resistenza individuale contro un sistema progettato per schiacciarti.
Falsi Documenti, Falsa Libertà
Ecco il paradosso più amaro: per rosicchiare quei pochi centesimi extra di rimborso chilometrico, o per vedersi assegnato qualche ordine in più, il rider è costretto a infrangere le regole del gioco imposto, arrivando a caricare un documento falso.
E quando il sistema, in rari casi, si accorge che le tempistiche di consegna di una bicicletta non sono compatibili con quelle di un mezzo motorizzato, non scatta la tutela del lavoratore: scatta l'esclusione, la disattivazione, il licenziamento senza preavviso.
Il risultato non è la richiesta di tutele, ma la corsa alla modifica: "trasformare la bicicletta in un mezzo motorizzato" (magari un e-bike modificata al limite della legalità) per uniformarsi ai requisiti del padrone digitale.
Il sistema truffaldino vince due volte:
Ti sottopaga e ti nega i diritti di un lavoratore dipendente.
Ti costringe a una corsa all'armamento (dotarti di un mezzo più veloce) e a una finta autonomia, scaricando su di te tutti i rischi e i costi (carburante, manutenzione, infortuni).
Basta Storie di "Successo" Precarie
Questa narrazione deve finire. Non è una favola moderna di ingegnosità e riscatto: è il racconto crudo di uno sfruttamento sofisticato.
Non ci accontenteremo di vivere "felici e contenti" solo dopo aver trasformato la nostra bicicletta in un mezzo a motore per compiacere una linea di codice.
La vera battaglia non è aggirare l'algoritmo. La battaglia è RIVENDICARE:
Salario minimo garantito per ogni ora di lavoro, non solo per la consegna effettiva.
Trasparenza algoritmica per capire come veniamo valutati e perché veniamo esclusi.
Tutele di legge che riconoscano il nostro lavoro come subordinato, con tutti i diritti annessi.
Smettiamola di trasformare la povertà in ingegno. Iniziamo a trasformare la rabbia in LOTTA ORGANIZZATA!








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