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Visualizzazione dei post da gennaio, 2026

QUANDO L'ERRORE DELL'ALGORITMO DIVENTA TRAGEDIA: IL PARADOSSO DEI RIDER

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Ancora una volta emerge la brutalità del sistema delle piattaforme. La freddezza delle imposizioni dettate dall'Intelligenza Artificiale e l'assenza totale di un confronto umano trasformano un banale errore in un dramma che compromette la vita dei lavoratori. Il fatto: la sospensione arbitraria Un rider è stato sospeso perché l'applicazione non è stata in grado di valutare correttamente la sua idoneità attraverso una procedura del tutto blanda. Va sottolineato un dato allarmante: le piattaforme attivano questi controlli solo dopo 50 giornate di collaborazione, violando ancora una volta il D.Lgs 81/08 in materia di salute e sicurezza. Il blocco e il silenzio dell'assistenza Appena scatta il blocco, il lavoratore si attiva per richiedere la visita medica necessaria. Passano giorni nel limbo. È bene ricordare che, essendo inquadrati come lavoratori autonomi, per i rider lo stop significa zero retribuzione , mentre le tasse e le spese fisse continuano a correre senza sosta...

L’IPOCRISIA DI LORUSSO: TRA SELFIE ESTIVI E GELO ISTITUZIONALE

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  Abbiamo già denunciato su queste pagine l'operato del Sindaco Lorusso e della giunta comunale di Torino. Un’amministrazione che sembra essersi accorta dell’esistenza dei rider solo durante l'afosa estate del 2025, utile esclusivamente come sfondo per selfie elettorali e promesse puntualmente tradite. Siamo passati dal caldo torrido al gelo invernale, ma per chi pedala non è cambiato nulla. Torino: Culla della lotta, deserto della politica È bene rinfrescare la memoria a chi siede a Palazzo Civico: Torino è stata la pioniera della vertenza rider , così come lo è stata storicamente per ogni grande lotta sindacale. Qui sono nati i primi due casi di riconoscimento della subordinazione (e non della semplice etero-organizzazione); qui è stato siglato il primo protocollo meteo applicato a Just Eat; qui siamo stati la seconda città d'Italia a emettere un’ordinanza contro il caldo estremo. Eppure, nonostante questo primato di dignità, la giunta dorme dal 2018. Davanti all'ass...

Ma non doveva essere un progetto sostenibile?

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  All’inizio ce l’hanno venduta così: delivery green , città più pulite, rider in bicicletta, tecnologia al servizio dell’ambiente. Un progetto “innovativo”, “sostenibile”, persino “etico”. Oggi, dopo aver visto cosa succede davvero nelle strade e sulle nostre schiene, possiamo dirlo senza giri di parole: di sostenibile non è rimasto nulla . Dallo sfruttamento umano a quello ambientale Abbiamo già raccontato abbastanza dello sfruttamento dei rider: paghe a cottimo, algoritmi opachi, ricatti mascherati da “flessibilità”. Ma c’è un altro lato della storia che le piattaforme fanno finta di non vedere: l’impatto ambientale reale del food delivery . Il modello originario, basato sulle biciclette muscolari, è stato spazzato via dagli stessi meccanismi imposti dalle app. Consegne sempre più veloci, distanze sempre più lunghe, penalizzazioni per chi “ci mette troppo”. Il risultato? Le bici non bastano più. Ritmi impossibili = mezzi più inquinanti Per stare dietro agli algoritm...

Shopopop: Il "Cuoricino" della Vergogna e l'Addio con Sfruttamento

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L'improvvisa fuga di Shopopop dal mercato italiano ci lascia con l'amaro in bocca, ma senza sorprese. Il gigante delle consegne "collaborative" ci liquida con un laconico messaggio: "GRAZIE ITALIA" , rigorosamente accompagnato da un cuoricino. Sappiamo bene cosa nasconde quel simbolo. Non è affetto, è il ringraziamento di chi ha trovato in Italia terreno fertile per lo sfruttamento legalizzato . Quel cuore batte solo per il profitto estratto dal sudore di chi, in questi anni, ha garantito il servizio sotto la maschera della "cortesia" e del mutuo aiuto. La nostalgia dei padroni, la fame dei lavoratori Analizzando la lettera d'addio, passiamo dall'indignazione al riso amaro. L’azienda dichiara che “conserverà un ricordo nostalgico delle peripezie durante le consegne e della volontà dei rider ad aiutare l’applicazione” . Le "peripezie": Quelle che l'azienda chiama avventure erano, per noi, turni massacranti, assenza di tutele ...

I DISPERANDI

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  “ “Disperandi” è la parola giusta. Nel caso del rider indica la condizione di chi lavora senza più nemmeno la speranza di migliorare. Il rider entra nella piattaforma pensando: “intanto faccio questo”. Poi il tempo passa, le tariffe scendono, le penalità aumentano, le alternative spariscono. E lì nasce lo stato di disperandi: non è solo sfruttamento, è assenza di orizzonte. 👉 lavori ma non costruisci futuro 👉 fatichi ma non accumuli diritti 👉 resisti ma non migliori la tua condizione La piattaforma non promette crescita, promette solo sopravvivenza immediata. Ogni consegna è necessaria, nessuna è risolutiva. Il rider “disperando”: accetta paghe sempre più basse accetta regole sempre più arbitrarie accetta l’idea che domani sarà uguale o peggio di oggi Non è rassegnazione totale, è peggio: è lavorare senza speranza ma senza poter smettere. Per questo il lavoro in piattaforma non è solo precario è un lavoro che si regge sulla disperazione organizzata. Questa vignetta non nasce p...

​Il Business della Prevaricazione: Perché la "Collaborazione" è un Inganno

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    ​Hanno il vizio vizio di chiamarla "collaborazione", ma la verità è un'altra: hanno trasformato il lavoro in un sistema di prevaricazione totale per nutrire il proprio business. Li abbiamo denunciati per come sfruttano i rider, ma i giganti delle applicazioni digitali non si fermano davanti a nulla. Ora lo vediamo chiaramente: l’oppressione si è estesa ai ristoratori. ​Nonostante queste piattaforme trattengano già il 30% su ogni ordine lordo — senza curarsi di tasse, materie prime, bollette, affitti o costi del personale che gravano interamente su chi produce il cibo — pretendono ancora di dettare legge con penali e algoritmi punitivi. ​La Guerra tra Poveri ​Qual è il risultato? La classica, spietata guerra tra poveri . Ristoratori contro rider. Una guerra vera e propria in cui: ​ I ristoratori arrivano a fotografare i rider come "prova" della consegna, esasperati dal rischio di rimborsi ingiusti. ​ I rider si infuriano perché costretti ad aspettat...

Non chiamatela "disparità": questo è Sfruttamento

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  ​In ambito giuridico e sindacale, la disparità di trattamento viene asetticamente definita come l'applicazione di condizioni economiche o normative differenti a lavoratori con identico inquadramento, mansioni e anzianità. Ma nel mondo del delivery, questa definizione è un eufemismo che nasconde una realtà ben più brutale. ​Per anni, le aziende del settore si sono fatte scudo dietro Assodelivery , facendo comunella sulla pelle dei rider per comprimere diritti e salari. Nel 2021, il fronte si è apparentemente spaccato: tre aziende sono rimaste ancorate all'ideologia padronale dei "rider autonomi", mentre una ha ceduto al modello della subordinazione. Nel frattempo, una delle paladine dell'autonomia ha abbandonato i lavoratori, disconnettendoli dall'oggi al domani come se fossero semplici pezzi di ricambio. ​Si potrebbe pensare che chi ha ottenuto il contratto subordinato sia finalmente tutelato. Niente di più falso. Ci troviamo di fronte a contratti part-...

L’INVISIBILITÀ DEL SANGUE: Il Delivery della Violenza

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Sembra ormai diventata la "nuova normalità": scorrere le notizie e leggere di rider malmenati dai clienti, umiliati o rapinati da baby gang nel silenzio generale. Cronache di una guerra quotidiana combattuta sull'asfalto , che non solleva alcuna polemica mediatica né intervento istituzionale. L'Ipocrisia del Controllo Assistiamo a un paradosso grottesco. Abbiamo un Governo estremamente premuroso quando si tratta di "sicurezza" intesa come repressione: pronti a limitare il diritto di sciopero e a criminalizzare ogni forma di protesta civile. Eppure, questo stesso slancio securitario svanisce improvvisamente davanti alla violenza che i lavoratori del delivery subiscono ogni notte nelle strade. Per lo Stato e per le multinazionali, la nostra incolumità non è un tema di ordine pubblico. Il Muro di Gomma delle Piattaforme Le applicazioni non sono da meno. Quando solleviamo la questione sicurezza, riceviamo solo silenzi o risposte preimpostate. Abbiamo chiesto int...

500 EURO RICHIESTI DA PERSONE ESTERNE

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  “Non siamo la polizia, non facciamo indagini.” È questa la risposta standard delle applicazioni di delivery ogni volta che segnaliamo caporalato digitale, sfruttamento sistematico o la vendita consapevole di account e bug. Lo sappiamo bene: le app non sono la polizia. Ma proprio perché non lo sono, e proprio perché dovrebbero autodenunciarsi per le irregolarità che producono e riproducono ogni giorno , emergono dubbi pesanti sulle loro responsabilità. Il primo dubbio è evidente: i loro loghi, i loro sistemi e la loro totale mancanza di controllo vengono usati per truffare i rider , spesso i più ricattabili, i più poveri, i più invisibili. E le piattaforme fanno finta di non vedere. Il secondo dubbio è ancora più grave: le zone di precarietà estrema non nascono per caso. Le creano i loro contratti pirata , l’assenza totale di tutele, le “assunzioni” continue che servono solo a tenere bassi i compensi e alto il ricatto. Nessuna stabilità, nessuna protezione, nessun diritto....

Cibo veloce, diritti lenti: la nuova barbarie alle porte della città.

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Le piazze virtuali dei rider: una necessità imposta, non una scelta I rider fanno fatica a organizzarsi. Non perché manchi la volontà, ma perché manca lo spazio. Non uno spazio simbolico, ma uno spazio fisico , reale, dove potersi incontrare, parlare, confrontarsi, riconoscersi come lavoratori e non solo come profili su un’app. A differenza di molti altri settori, i lavoratori del delivery non hanno capannoni, sedi, spogliatoi, mense o luoghi di ritrovo . Questa assenza non è casuale: è una condizione strutturale del lavoro su piattaforma. Ed è proprio per questo che, nel tempo, i rider sono stati costretti a organizzarsi nelle “piazze virtuali” , usando gli stessi strumenti che utilizzano per lavorare: il telefono e le sue applicazioni. WhatsApp, Instagram, Facebook diventano così spazi di assemblea improvvisati, luoghi dove denunciare le dinamiche quotidiane dello sfruttamento, condividere informazioni, provare a costruire solidarietà. Ma attenzione: questa non è una scelta libera ,...

Vomero: chi è davvero responsabile?

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                        LEGGI ARTICOLO COMPLETO CLICCA LICK SOTTOSTANTE Vomero, i rider trasformano i marciapiedi in piste: sanzioni e sequestri dei Carabinieri Vomero: chi è davvero responsabile? Una riflessione dopo le sanzioni ai rider Di recente Cronache della Campania ha pubblicato un articolo che racconta di controlli dei Carabinieri al Vomero , dove alcuni rider sono stati multati o denunciati per aver “trasformato i marciapiedi in piste” e aver violato il codice della strada per rispettare le consegne imposte dal lavoro. È giusto che chi viola le regole venga sanzionato . Tuttavia, limitarsi a descrivere i rider come “centauri indisciplinati” rischia di raccontare solo metà della storia . Per capire davvero cosa succede sulle strade di Napoli e in tante altre città italiane, bisogna guardare più in profondità alla responsabilità delle piattaforme digitali che gestiscono il lavoro dei rider. 1. Le app non sono neutrali...

73 ordini riassegnati poiche equiparabili a sfruttamento MA PER DELIVEROO NON C'E' NESSUN PROBLEMA

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  Quando il profitto dice “non c’è nessun problema”, il lavoro sta già pagando il prezzo “Non c’è nessun problema: il rider è libero.” Così parlano le piattaforme. Così parla Deliveroo ogni volta che viene messo in discussione il suo modello di business. Ma questa frase non è neutra. È ideologica . Serve a coprire un rapporto di forza squilibrato in cui il rischio, la fatica e la precarietà vengono scaricati interamente su chi lavora. La falsa libertà del capitalismo delle piattaforme Il rider sarebbe “libero”. Libero di collegarsi, libero di rifiutare, libero di andarsene. Peccato che questa libertà esista solo per il capitale , non per il lavoro. Perché quando ti colleghi, l’algoritmo ti assegna ordini che: non coprono i costi reali di benzina, manutenzione, tempo; ti spingono ad accelerare, violando di fatto ogni principio di salute e sicurezza; ti puniscono se rifiuti, attraverso ranking, penalizzazioni e meno lavoro. Questa non è libertà: è ricatto occupa...

Lo sfruttamento digitale non è solo il rider in bicicletta

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  Percentuale di utilizzo per fascia d’età (2025): 18-29 anni: 42 % 30-44 anni: 28 % 45-60 anni: 15 % 60 anni: 5 % 🔹 Tipologie di app più usate (stime): Consegne a domicilio: 55 % Servizi di piccola manutenzione / aiuto pratico: 20 % Commissioni / spesa: 15 % Altri lavoretti digitali (task vari): 10 % 🔹 Ore dedicate alla settimana (per chi usa queste app): Media generale: 4,2 ore/settimana 18-29 anni: 5,1 ore/settimana 30-44 anni: 3,7 ore/settimana Lo sfruttamento digitale non è solo il rider in bicicletta Quando si parla di sfruttamento digitale , in Italia scatta sempre la stessa immagine: il rider, magari giovane, magari “più scuretto”, su una bicicletta sotto la pioggia. Figura reale, certo. Ma ridurre tutto a questo è comodo . E soprattutto è falso. Parlare di sfruttamento digitale non significa parlare dello sfigatello . Significa parlare di algoritmi, piattaforme, aziende invisibili che stanno ridisegnando il lavoro senza mai ...

FERMATI UN ATTIMO

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  Se invece di pensare che il tuo capo casa, il tuo “amico” o il CAF del tuo cugino e paesano siano più furbi di te, avessi un po’ più di rispetto per la tua persona, ti accorgeresti di una cosa molto semplice: stai buttando via soldi e mettendo a rischio la tua salute per nulla. Spendere soldi per modificare la bicicletta, mettendo in pericolo te stesso e il tuo portafoglio, oppure pagare per farti falsificare la patente di guida, è del tutto inutile. Anzi, è una scelta a perdere sotto ogni punto di vista. Se iniziassi a capirlo, faresti il primo vero passo non solo per migliorare le tue condizioni di lavoro, ma anche per crescere come persona. Ti spiego perché. Prima scelta sbagliata: modificare la bicicletta Se ti va bene, ti fermano e ti fanno un verbale da 6.000 euro . Quante consegne dovrai fare per recuperarli? Se ti va male, fai un incidente. E a quel punto succede il peggio: se interviene la polizia e la bici non è a norma, l’infortunio non viene riconosciuto . Rimani fer...

Glovo e i contributi INPS dei rider: una verità ancora sospesa

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Una battaglia che dura da anni Dal 2021 i rider e chi li sostiene fanno i conti con una domanda semplice e ancora senza risposta: che fine hanno fatto i contributi INPS che Glovo (Foodinho) avrebbe dovuto versare? Non è una questione tecnica o burocratica. È una questione di diritti, tutele e giustizia sociale . La sentenza del 2021: cosa prevedeva davvero Nel 2021 la Procura di Milano e l’Ispettorato Nazionale del Lavoro hanno inviato verbali chiari alle principali piattaforme di delivery, tra cui Foodinho–Glovo . Le richieste erano precise: Riclassificare i rider come lavoratori coordinati ed etero‑organizzati; Versare i contributi INPS arretrati per migliaia di rider che avevano lavorato senza adeguata copertura previdenziale; Pagare sanzioni e differenze retributive per la violazione sistematica delle norme sul lavoro. Un atto forte, che riconosceva finalmente ciò che i rider denunciano da anni: non siamo “collaboratori occasionali”, ma lavoratori a tutti gli effetti . Le azien...