500 EURO RICHIESTI DA PERSONE ESTERNE

 



“Non siamo la polizia, non facciamo indagini.”
È questa la risposta standard delle applicazioni di delivery ogni volta che segnaliamo caporalato digitale, sfruttamento sistematico o la vendita consapevole di account e bug.

Lo sappiamo bene: le app non sono la polizia.
Ma proprio perché non lo sono, e proprio perché dovrebbero autodenunciarsi per le irregolarità che producono e riproducono ogni giorno, emergono dubbi pesanti sulle loro responsabilità.

Il primo dubbio è evidente:
i loro loghi, i loro sistemi e la loro totale mancanza di controllo vengono usati per truffare i rider, spesso i più ricattabili, i più poveri, i più invisibili. E le piattaforme fanno finta di non vedere.

Il secondo dubbio è ancora più grave:
le zone di precarietà estrema non nascono per caso. Le creano i loro contratti pirata, l’assenza totale di tutele, le “assunzioni” continue che servono solo a tenere bassi i compensi e alto il ricatto. Nessuna stabilità, nessuna protezione, nessun diritto.

Questo non è un effetto collaterale:
è il modello di business.

Possiamo quindi affermarlo senza esitazioni:
se le applicazioni del delivery non sono sempre le responsabili dirette delle truffe e dello sfruttamento, sono certamente quelle che li alimentano, li rendono possibili e li normalizzano.

Dietro la retorica dell’innovazione e della flessibilità si nasconde un sistema che scarica ogni rischio sui lavoratori e ogni responsabilità su nessuno.
Un sistema che prospera sulla precarietà e poi si lava le mani dicendo: “Non siamo la polizia.”

No.
Siete il problema








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