I DISPERANDI

 

“Disperandi” è la parola giusta.

Nel caso del rider indica la condizione di chi lavora senza più nemmeno la speranza di migliorare.

Il rider entra nella piattaforma pensando: “intanto faccio questo”.

Poi il tempo passa, le tariffe scendono, le penalità aumentano, le alternative spariscono.

E lì nasce lo stato di disperandi: non è solo sfruttamento, è assenza di orizzonte.

👉 lavori ma non costruisci futuro

👉 fatichi ma non accumuli diritti

👉 resisti ma non migliori la tua condizione

La piattaforma non promette crescita, promette solo sopravvivenza immediata.

Ogni consegna è necessaria, nessuna è risolutiva.

Il rider “disperando”:

accetta paghe sempre più basse

accetta regole sempre più arbitrarie

accetta l’idea che domani sarà uguale o peggio di oggi

Non è rassegnazione totale, è peggio:

è lavorare senza speranza ma senza poter smettere.

Per questo il lavoro in piattaforma non è solo precario

è un lavoro che si regge sulla disperazione organizzata.


Questa vignetta non nasce per strappare un sorriso amaro, né per essere l'ennesima critica sterile alle tecnologie che usiamo ogni giorno. Vuole essere qualcosa di più: un segnale, forse l'ultimo, di quanto sia diventato profondo il nostro disorientamento.

​Siamo scivolati in una forma di venerazione per l'anormalità, convincendoci che questo sistema sia l'unica salvezza possibile. In questo percorso, però, abbiamo smarrito il senso di una ragione sociale comune. Abbiamo rinunciato a interrogarci, preferendo il silenzio al peso del giudizio critico.

Dobbiamo avere il coraggio di ammetterlo:

Abbiamo perso fiducia nella forza della lotta collettiva. Ci siamo abituati a considerare il "meno peggio" come una vittoria, finendo per accettare umiliazioni e ingiustizie con una rassegnazione preoccupante. È il trionfo dell'accontentarsi: quel momento pericoloso in cui smettiamo di percepire l'ingiustizia come tale e iniziamo a vederla come una condizione inevitabile.

​Più che uno sfottò, questo è un grido d'allarme rivolto a chi sente ancora che qualcosa non va. Probabilmente resterà l'ennesima riflessione inascoltata, un pensiero che sfuma nel rumore di fondo. Ma è una considerazione che sentivo il dovere di condividere, prima che l'indifferenza diventi definitiva.

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