Cibo veloce, diritti lenti: la nuova barbarie alle porte della città.













Le piazze virtuali dei rider: una necessità imposta, non una scelta

I rider fanno fatica a organizzarsi. Non perché manchi la volontà, ma perché manca lo spazio.
Non uno spazio simbolico, ma uno spazio fisico, reale, dove potersi incontrare, parlare, confrontarsi, riconoscersi come lavoratori e non solo come profili su un’app.

A differenza di molti altri settori, i lavoratori del delivery non hanno capannoni, sedi, spogliatoi, mense o luoghi di ritrovo. Questa assenza non è casuale: è una condizione strutturale del lavoro su piattaforma. Ed è proprio per questo che, nel tempo, i rider sono stati costretti a organizzarsi nelle “piazze virtuali”, usando gli stessi strumenti che utilizzano per lavorare: il telefono e le sue applicazioni.

WhatsApp, Instagram, Facebook diventano così spazi di assemblea improvvisati, luoghi dove denunciare le dinamiche quotidiane dello sfruttamento, condividere informazioni, provare a costruire solidarietà. Ma attenzione: questa non è una scelta libera, è una necessità imposta dall’organizzazione stessa del lavoro.

Le piattaforme potrebbero, ma non vogliono

Le aziende del delivery non avrebbero alcun problema economico a fornire spazi fisici di incontro ai lavoratori. Basta guardare a Glovo: negli ultimi anni ha aperto numerosi Glovo Market, strutture fisiche vere e proprie, alcune delle quali sono state perfino abbandonate vedi Glovo Market via Maria Ausiliatrice Torino

Questo dimostra che non è una questione di costi, ma di strategia.
Meno lavoratori si parlano, meno problemi emergono.
Meno assemblee si fanno, meno rivendicazioni si costruiscono.

La frammentazione è funzionale al modello di business.

Alienazione digitale e frammentazione

La tecnologia, per quanto comoda, porta con sé enormi problematiche.
Un post pubblicato su un social network non avrà mai la forza di un’assemblea in presenza.
Non crea lo stesso legame, non produce la stessa consapevolezza collettiva, non permette lo stesso livello di confronto.

Inoltre, la comunicazione digitale è frammentata:
decine di gruppi, chat divise per città, per piattaforma, per turno, per lingua.
Il risultato è che non tutti i lavoratori vengono raggiunti, e l’organizzazione resta parziale, discontinua, fragile.

Il problema non sono i rider, ma il sistema

Se oggi i rider si organizzano online, non è perché preferiscono farlo, ma perché non hanno alternative.
La mancanza di spazi fisici è una forma di controllo.
L’isolamento è una condizione strutturale del lavoro su piattaforma.

Rivendicare luoghi di incontro reali significa rivendicare dignità, diritti, possibilità di parola collettiva.
Senza piazze reali, la lotta resta confinata negli schermi.
E questo, alle piattaforme, conviene.


LA RISPOSTA


Negli anni si è tentato di affrontare il problema in modo non strutturato, affidandosi a interventi assistenziali di privati o sindacati necessari per dare un minimo di dignità a questi lavoratori. Sebbene questi abbiano rappresentato un passo avanti, specialmente per i lavoratori esposti alle intemperie, si sono rivelati strumenti insufficienti. Il limite principale risiede nella mancanza di obbligatorietà e, soprattutto, nell'assenza di un impegno diretto dell'azienda: è infatti l'impresa che deve fornire e garantire gli strumenti di integrazione e tutela, rendendoli parte integrante del sistema produttivo e non un'opzione esterna.


PROBLEMA RISOLTO?


Dall'Assistenzialismo alla Responsabilità: Spesso l'azienda vede il benessere del lavoratore come qualcosa di "extra" gestito dai sindacati. Bisogna invece spiegare che, se il lavoratore è una risorsa aziendale, lo strumento di tutela è un attrezzo di lavoro tanto quanto un computer o un DPI (Dispositivo di Protezione Individuale).

​Il fallimento della "Non Obbligatorietà": Se i corsi o i servizi sono offerti da enti esterni (privati/sindacati) e sono facoltativi, il lavoratore più fragile spesso non vi accede per paura o mancanza di tempo. Se l'azienda li rende strutturali e obbligatori, garantisce a tutti lo stesso livello di protezione.

​Il lavoratore esposto (Intemperie): Chi lavora all'esterno affronta rischi fisici reali. In questo caso, fornire ripari, formazione e diritti non è "gentilezza" del sindacato, ma un dovere contrattuale dell'azienda per garantire la sicurezza sul lavoro.

Perché deve farlo l'azienda?

​L'azienda ha il controllo dell'ambiente di lavoro. Delegare a terzi significa creare frammentazione. Fornendo direttamente gli strumenti (formazione linguistica, supporto legale, spazi di aggregazione, tutele sindacali interne), l'azienda:


​Aumenta la sicurezza (meno infortuni).

​Crea una flotta compatta e non un insieme di individui isolati.





 

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