Lo sfruttamento digitale non è solo il rider in bicicletta

 






Percentuale di utilizzo per fascia d’età (2025):

  • 18-29 anni: 42 %

  • 30-44 anni: 28 %

  • 45-60 anni: 15 %

  • 60 anni: 5 %

🔹 Tipologie di app più usate (stime):

  • Consegne a domicilio: 55 %

  • Servizi di piccola manutenzione / aiuto pratico: 20 %

  • Commissioni / spesa: 15 %

  • Altri lavoretti digitali (task vari): 10 %

🔹 Ore dedicate alla settimana (per chi usa queste app):

  • Media generale: 4,2 ore/settimana

  • 18-29 anni: 5,1 ore/settimana

  • 30-44 anni: 3,7 ore/settimana


Lo sfruttamento digitale non è solo il rider in bicicletta

Quando si parla di sfruttamento digitale, in Italia scatta sempre la stessa immagine:
il rider, magari giovane, magari “più scuretto”, su una bicicletta sotto la pioggia.
Figura reale, certo. Ma ridurre tutto a questo è comodo. E soprattutto è falso.

Parlare di sfruttamento digitale non significa parlare dello sfigatello.
Significa parlare di algoritmi, piattaforme, aziende invisibili che stanno ridisegnando il lavoro senza mai metterci la faccia.

Aziende fantasma, capi fantasma, responsabilità fantasma

Il vero cuore dello sfruttamento digitale non è il mezzo (la bici, l’auto, il telefono),
ma l’architettura del potere.

Stiamo andando verso:

  • aziende fantasma, senza sedi reali

  • preposti fantasma, che “non decidono” ma applicano un algoritmo

  • capi reparto fantasma, che non puoi incontrare né contestare

  • conti fantasma, spesso in paradisi fiscali o all’estero

Tu lavori.
Produci valore.
Ma non sai per chi, non sai dove, non sai con quali diritti.

E quando qualcosa va storto, non c’è nessuno.
Solo una mail automatica. O peggio: il silenzio.

L’algoritmo non è neutrale (ma fa finta di esserlo)

Ci raccontano che:

“Non decide una persona, decide il sistema.”

Ma il sistema:

  • decide chi lavora e chi no

  • decide quanto vali

  • decide se oggi mangi o no

E lo fa senza trasparenza, senza contraddittorio, senza responsabilità giuridica chiara.

Questo non è progresso.
È delocalizzazione del potere, travestita da innovazione.

Il problema non sono “i rider”, è il modello

Ogni volta che qualcuno prova ad allargare il discorso, c’è sempre quello che borbotta:

“Eh ma sempre a parlare di rider…”

No.
Parliamo di un modello economico che:

  • spezzetta il lavoro

  • individualizza il rischio

  • cancella il datore

  • scarica tutto sul lavoratore

Oggi è la consegna.
Domani sarà l’ufficio.
Dopodomani sarà la sanità, l’istruzione, l’amministrazione.

Un paese che interviene sempre dopo

La verità è che siamo un paese strano.
Interveniamo:

  • dopo la catastrofe

  • dopo l’indignazione

  • quando il danno è strutturale

Prima minimizziamo.
Poi moralizziamo.
Infine facciamo una legge tardiva, piena di buchi, mentre il mercato è già andato avanti.

E intanto lo sfruttamento cambia forma, diventa digitale, invisibile, “normale”.

Parlare di sfruttamento digitale oggi è difesa collettiva

Non è nostalgia.
Non è ideologia.
È autodifesa sociale.

Perché se oggi pensi che il problema sia “solo il rider”,
domani scoprirai che sei tu il lavoratore a chiamata, valutato da un algoritmo, pagato a pezzo, senza volto davanti.

E a quel punto sarà troppo tardi per dire:

“Non ce l’avevano spiegato.”

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