Ma non doveva essere un progetto sostenibile?





 


All’inizio ce l’hanno venduta così:
delivery green, città più pulite, rider in bicicletta, tecnologia al servizio dell’ambiente.
Un progetto “innovativo”, “sostenibile”, persino “etico”.

Oggi, dopo aver visto cosa succede davvero nelle strade e sulle nostre schiene, possiamo dirlo senza giri di parole: di sostenibile non è rimasto nulla.

Dallo sfruttamento umano a quello ambientale

Abbiamo già raccontato abbastanza dello sfruttamento dei rider: paghe a cottimo, algoritmi opachi, ricatti mascherati da “flessibilità”.
Ma c’è un altro lato della storia che le piattaforme fanno finta di non vedere: l’impatto ambientale reale del food delivery.

Il modello originario, basato sulle biciclette muscolari, è stato spazzato via dagli stessi meccanismi imposti dalle app.
Consegne sempre più veloci, distanze sempre più lunghe, penalizzazioni per chi “ci mette troppo”.

Il risultato?
Le bici non bastano più.

Ritmi impossibili = mezzi più inquinanti

Per stare dietro agli algoritmi, i rider sono costretti ad abbandonare la bici tradizionale.
Al suo posto:

  • bici elettriche spesso non omologate

  • batterie di dubbia provenienza

  • scooter

  • automobili

Altro che “ultimo miglio sostenibile”.
Qui siamo davanti a un sistema che spinge attivamente verso l’inquinamento, pur di garantire consegne rapide e profitti immediati.

L’ecologia di facciata

Le piattaforme continuano a fare greenwashing:
qualche campagna pubblicitaria, due parole su “mobilità sostenibile”, qualche post sui social.

Ma nella realtà:

  • chi controlla i mezzi utilizzati?

  • chi verifica le emissioni?

  • dove finiscono le batterie esauste delle bici elettriche?

  • chi paga lo smaltimento?

La risposta è sempre la stessa: nessuno.
Perché tutto viene scaricato sui rider, come sempre.

Un modello fallito (anche per l’ambiente)

Il food delivery non è solo un modello di sfruttamento del lavoro.
È anche un modello ambientalmente insostenibile, che usa la retorica green come foglia di fico mentre moltiplica traffico, rifiuti elettronici e consumo energetico.

L’“anima ecologica” del progetto non è stata persa per strada.
È stata sacrificata consapevolmente, insieme ai diritti di chi consegna.

La vera sostenibilità non è un algoritmo

Se davvero le piattaforme volessero essere sostenibili:

  • ridurrebbero i ritmi

  • accorcerebbero le distanze

  • investirebbero in mezzi sicuri e controllati

  • si assumerebbero la responsabilità ambientale dell’intera filiera

Ma questo significherebbe rinunciare a una parte dei profitti.

E allora la verità è semplice:
non era un progetto sostenibile. Era solo marketing.

Commenti

Post più popolari