Non chiamatela "disparità": questo è Sfruttamento
In ambito giuridico e sindacale, la disparità di trattamento viene asetticamente definita come l'applicazione di condizioni economiche o normative differenti a lavoratori con identico inquadramento, mansioni e anzianità. Ma nel mondo del delivery, questa definizione è un eufemismo che nasconde una realtà ben più brutale.
Per anni, le aziende del settore si sono fatte scudo dietro Assodelivery, facendo comunella sulla pelle dei rider per comprimere diritti e salari. Nel 2021, il fronte si è apparentemente spaccato: tre aziende sono rimaste ancorate all'ideologia padronale dei "rider autonomi", mentre una ha ceduto al modello della subordinazione. Nel frattempo, una delle paladine dell'autonomia ha abbandonato i lavoratori, disconnettendoli dall'oggi al domani come se fossero semplici pezzi di ricambio.
Si potrebbe pensare che chi ha ottenuto il contratto subordinato sia finalmente tutelato. Niente di più falso. Ci troviamo di fronte a contratti part-time poveri che, per fame, obbligano i rider a integrare il reddito alimentando la flotta dei "falsi autonomi".
Se tutto questo accadesse dentro un’unica azienda, la legge parlerebbe di disparità di trattamento. Ma qui siamo oltre: siamo nel campo dello sfruttamento puro. È un paradosso inaccettabile che un lavoratore possa svolgere la medesima mansione per tutto il giorno, ma venga definito "autonomo" da un'app e "subordinato" dall'altra.
Stessa strada, stesso zaino, stessa fatica: pretendiamo stessi diritti e stesso salario. La frammentazione contrattuale è solo l'ultima arma dei padroni per dividerci e sottometterci.


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