Il travestimento che nessuno vuole vedere
Fa notizia lo spacciatore che usa la divisa da rider per nascondersi. Fa scalpore, indigna, finisce in prima pagina perché è il "male" che indossa i panni del lavoro onesto. Ma perché non fa notizia il travestimento opposto?
Oggi assistiamo a un paradosso sistemico: piattaforme multinazionali che si travestono da imprenditori, ma che nei fatti agiscono spesso come meri intermediari di un caporalato digitale.
La doppia morale del "costume"
Il rider criminale: Un individuo usa uno zaino termico per spacciare. La reazione? Lo stigma cade su un’intera categoria di lavoratori già precari.
L'algoritmo padrone: Le società di delivery usano il termine "libertà" e "flessibilità" per nascondere l'assenza di tutele, ferie, malattie e diritti minimi. Questo travestimento è legale, ma è altrettanto tossico per il tessuto sociale.
Non possiamo più accettare che un reato individuale oscuri una colpa collettiva. Se la divisa del rider diventa un’arma per l’illegalità, la narrazione del "siamo tutti partner" è diventata lo scudo per evitare le responsabilità datoriali.
È ora di togliere la maschera. Non ci serve indignazione a comando per un pacchetto di droga, ci serve consapevolezza per un sistema che consuma i corpi e le tutele di migliaia di lavoratori sotto lo sguardo indifferente delle istituzioni.
Il vero scandalo non è chi si finge rider, ma chi finge che questo non sia un lavoro subordinato.
#RiderRights #GigEconomy #LavoroEtico #DirittiDeiLavoratori #NoAlgocrazia


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