Da difensore della subordinazione a venditore della falsa autonomia
Diversi contratti tra i rider, ma la strada è la stessa,
stesse mansioni, stessa fatica, stessa corsa che ti stressa.
Quando il cielo si apre e il maltempo ti investe,
sei tu che prendi l’acqua, non chi ti manda le richieste.
Clienti sempre più affamati, col dito pronto a giudicare,
mettono a rischio la tua vita per un ordine da consegnare.
Non sfamano solo la fame, fratello, è più profondo il male:
sfamano la loro sete di status, il bisogno di apparire speciale.
È la zona grigia del delivery, dove tutto sembra uguale,
ma chi pedala paga il prezzo, chi comanda resta tale.
E mentre l’app fa profitto, noi restiamo nel limbo,
tra autonomia e subordinazione, un gioco sporco e ambiguo.
Dentro questo gioco ci sono figure grigie come le app,
grigie come la sicurezza che promettono e poi non dà.
Gente che stava nel limbo dei privilegiati,
controllori dei colleghi, pronti a farli sanzionati.
Erano i paladini della subordinazione unilaterale,
se sbagliavi un turno, ti cadeva addosso il temporale.
Ma il privilegio non è eterno, è solo un numero sul file,
e quando sbagliano loro, l’azienda li butta fuori in stile.
E allora succede il miracolo, o meglio, la convenienza:
da difensori della subordinazione a profeti dell’indipendenza.
Prima ti punivano perché “non rispettavi la regola”,
ora ti dicono che l’autonomia è l’unica strada, la più bella.
Ma non è zona grigia, no, è solo questione di interessi,
di chi cambia bandiera per salvarsi mentre gli altri restano compressi.
Vendono autonomia come fosse verità,
ma lo fanno sulle spalle dei colleghi, senza dignità.
Diversi contratti, stesso sudore, stessa strada che ti piega,
e chi cambia idea per convenienza è solo un’ombra che si nega.
Questo è il delivery: un teatro di ruoli e maschere,
dove la dignità pesa più di mille trappole


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