Rider della domenica
Caro amico rider della domenica,
tu che consegni per sport, per sfizio, per noia del weekend,
urli che “siamo autonomi”, ma è solo la tua fame di extra
spacciata per libertà, per verità universale.
Non condanno il tuo secondo lavoro,
condanno quando lo trasformi in ideologia,
quando la tua eccezione diventa la regola che vuoi imporre a tutti.
Difendi il tuo praticello come fosse un impero,
e intanto sputi addosso a chi questo lavoro lo vive davvero,
a chi ci paga l’affitto, le bollette, la vita.
Tu stai nel limbo:
diritti veri dal tuo lavoro principale,
tariffe da fame da questo — ma tanto a te basta,
perché ti toglie lo sfizio, non la fame.
E allora ti senti libero,
ma è una libertà che pesa solo sugli altri.
Il tuo sfizio viene prima della dignità del collega,
prima della solidarietà che ogni lavoratore dovrebbe dare.
E quando qualcuno denuncia le tariffe ridicole,
i turni infiniti, le tutele fantasma,
tu lo attacchi:
non per convinzione,
ma per paura che la sua lotta ti tolga il tuo piccolo vantaggio.
La tua paura ti acceca:
vedi minacce ovunque,
vedi “concorrenti” invece di compagni,
vedi “furti di lavoro” dove c’è solo sfruttamento.
E allora scivoli nel peggio:
punti il dito contro il collega straniero,
come se fosse lui il problema,
come se fosse lui a decidere le tariffe,
come se fosse lui a tenerti in ginocchio.
Ma l’unico che ruba sei tu:
rubi dignità ai più deboli,
rubi voce a chi lotta,
rubi forza a chi non ha alternative.
E mentre difendi il tuo orticello,
diventi il megafono dei padroni,
l’alibi perfetto per chi ci vuole divisi,
zitti, affamati, ricattabili.
Tu non difendi la libertà:
difendi il privilegio di non vedere il problema,
perché non ti riguarda abbastanza.
E intanto chi vive di questo lavoro
si prende la pioggia, il gelo, gli algoritmi,
e pure le tue lezioni di morale.
E allora sì, caro amico rider della domenica:
non è il tuo secondo lavoro il problema,
è quando lo usi per schiacciare chi non ha un primo.


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