Lo Sfruttamento Dietro l'Etichetta di Just eat
La Matrioska dello Sfruttamento: Due Facce della Stessa Medaglia
Sotto un unico simbolo, quello di un'azienda che si definisce "etica", si nascondono due realtà completamente diverse e in aperta contraddizione. Come una bambola matrioska, un guscio esterno apparentemente unito cela al suo interno un'altra azienda, con principi opposti e un modello di business che ignora i diritti dei lavoratori.
È un inganno inaccettabile: la stessa icona, lo stesso logo, ma due sistemi che coesistono e si sovrappongono. Uno promette tutela e dignità, l'altro si basa sulla precarietà.
Nel 2021, Just Eat annunciava trionfalmente alla stampa un cambio epocale: i rider, da "falsi autonomi", sarebbero diventati lavoratori subordinati. Una mossa strategica che garantiva all'azienda un notevole salto di qualità mediatico. Just Eat non era più l'azienda che sfruttava i rider con l'ambiguità dell'autonomia, ma la pioniera di un modello etico, un esempio virtuoso da seguire. L'azienda sbandierava pubblicamente questa scelta, arrivando a chiedere che anche le altre piattaforme si adeguassero al suo modello.
Senza dubbio, questa narrazione creò l'illusione di un'azienda all'avanguardia, capace di attrarre una clientela sempre più sensibile al tema del "delivery etico", desiderosa di sostenere i diritti dei lavoratori. Tuttavia, la realtà che si nascondeva dietro la vetrina era ben diversa.
La doppia faccia del delivery
Negli anni successivi, i giornali hanno più volte riportato le denunce dei rider di Just Eat. Contratti a tempo parziale di sole 10-20 ore settimanali, l'assenza di mezzi aziendali e la mancata applicazione del D.Lgs. 81/08 sulla salute e sicurezza sul lavoro sono solo alcune delle accuse che hanno messo in discussione l'immagine "etica" dell'azienda.
Come abbiamo sempre sostenuto, nel mondo del delivery, l'apparenza inganna. Oggi vogliamo denunciare apertamente un'ipocrisia ancora più grave. Dopo quattro anni dal lancio del suo "progetto di subordinazione", Just Eat consente ai ristoratori presenti sulla sua piattaforma, che si definisce "etica", di sfruttare a loro volta i rider. Questi ristoratori, per risparmiare sui costi del personale dipendente, si affidano a rider esterni alla piattaforma. Questi lavoratori, a servizio diretto del ristorante, non hanno alcun tipo di contratto.
Abbiamo parlato con alcuni di loro: ci hanno confermato di non avere alcun contratto di lavoro e di essere pagati in nero, ricevendo 2 o 3 euro a consegna.
La doppia morale di Just Eat
Se davvero vuoi sostenere il "delivery etico", devi sapere come funziona il sistema di Just Eat. I rider che l'azienda ha assunto come lavoratori subordinati hanno una regola ferrea: non possono in alcun modo accettare pagamenti in contanti. Le loro consegne sono saldate esclusivamente con mezzi elettronici.
Quando, però, ti ritrovi sulla piattaforma Just Eat la possibilità di pagare un ordine in contanti, significa che quella consegna non sarà gestita da un rider dipendente dall'azienda. A effettuarla sarà un corriere che non rientra nella tanto sbandierata politica di subordinazione.
Senza voler lanciare accuse dirette a nessuno, abbiamo il diritto di chiedere a Just Eat un chiarimento. In che modo sta operando quel rider? Con quella "falsa autonomia" che l'azienda stessa ha sempre condannato nei suoi competitor, o, ancora peggio, completamente in nero?
in realtà i modelli sono 3, dal peggiore:
RispondiElimina- Marketplace: nessuna regolamentazione: i riders possono essere in nero, con partita iva o altri contratti peggiorativi
-dipendenti con contratto integrativo: lavorano come dipendenti, ma guadagnano molto meno del salario minimo previsto dal CCNL
-dipendenti: una minoranza che prende il salario minimo ed è soggetto alla regolamentazione del CCNL logistica
L'unico sistema che permette una certa dignità al lavoratore è il 3°, che viene applicato a una piccola parte della flotta justeat
Just Eat ha creato un sistema confuso e ingannevole. Le tre diverse tipologie di collaborazione sono un labirinto per qualsiasi cliente che voglia davvero sostenere un delivery etico e i diritti dei rider. Ma il problema non si ferma qui: i rider assunti regolarmente con contratti a tempo indeterminato si vedono negare aumenti e progressioni di carriera, con l'azienda che sostiene di non averne bisogno.
RispondiEliminaE non è tutto. Assistiamo a casi in cui i rider vengono messi alla porta dal sistema di subordinazione con pretesti di varia natura per poi essere reintegrati dalla porta di servizio: lavorano per ristoratori senza alcuna tutela contrattuale.
In questo modo, l'azienda si libera facilmente dei rider che non vuole più e continua a sfruttare il lavoro dei meno tutelati, mantenendo una facciata di eticità che, nei fatti, non esiste.