Non incolpate l'algoritmo: la colpa è di chi scrive il codice


Non incolpate l'algoritmo: la colpa è di chi scrive il codice

Smettiamola con la favola della "macchina cattiva". Lo ribadiamo con forza: non è un calcolo matematico a decidere i destini di chi pedala per strada. A determinare le regole del gioco nel delivery sono persone in carne e ossa. Dietro ogni linea di codice ci sono programmatori, manager e supervisori che scelgono, ogni giorno, di alimentare questo ingranaggio.

Schiavi che sorvegliano altri schiavi

La verità è ancora più amara: spesso chi sta dall'altra parte dello schermo è vittima dello stesso sistema. Sono lavoratori precari, vincolati a contratti instabili, costretti a soffocare i propri rimorsi di coscienza per mantenere il posto. Difendono a spada tratta un modello che sanno essere ingiusto, diventando complici di un’ingiustizia sociale che colpisce i loro stessi fratelli di strada.

Cosa ricevono in cambio di questo silenzio?

  • Uno "stipendietto": una cifra irrisoria se paragonata al peso etico di ciò che devono ignorare.

  • Un riparo dalle intemperie: la fragile comodità di un ufficio o di una scrivania domestica, lontano dalla pioggia e dal gelo che invece colpiscono i rider.

Mors tua, vita mea

È il triste trionfo del "cane mangia cane". Il sistema è progettato per renderci indifferenti:

  • Se un rider cade, è solo una notifica che scompare.

  • Se un lavoratore resta fermo per settimane perché l’app non riconosce un documento, è solo un errore tecnico.

  • Se una vita si ferma, il profitto deve continuare.

Non possiamo più accettare la scusa della "tecnologia neutrale". Se il sistema è disumano, è perché qualcuno ha deciso di programmarlo così. È ora di dire basta a questo gioco al massacro dove l'unica regola è la sopravvivenza a scapito degli altri.

La nostra lotta non è contro un software, ma contro l'indifferenza di chi lo gestisce.

 

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