Deliveroo e la "libertà" vigilata: cronaca di un lunedì di sfruttamento
Ieri, 12 gennaio 2026, è stata l’ennesima giornata che mette a nudo la realtà del lavoro tramite piattaforma. Alle ore 10:00 mi collego a Deliveroo da Barriera di Milano, a Torino, pronto a iniziare il turno. Quello che è seguito non è stato "lavoro", ma un esercizio di resistenza contro un algoritmo che sembra ignorare la logica e la dignità.
Il gioco al ribasso dell'algoritmo
Il primo ordine appare sullo schermo: ritiro presso il Despar di Trofarello con consegna a Chieri. Un tragitto di circa 36 km totali per un compenso di appena 11,37 €. Considerati i costi di gestione e l'usura del mezzo, è una proposta offensiva.
Rifiuto l'ordine. Dopo pochi minuti, la stessa consegna riappare: la tariffa è stata maggiorata di soli 0,57 €. Una manciata di centesimi in più non giustifica una traversata del genere, nemmeno in scooter. Rifiuto di nuovo.
Chilometri infiniti, compensi da fame
Poco dopo arriva una terza proposta, ma la musica non cambia: ritiro da Macha Pokè a Settimo Torinese con consegna a Gassino Torinese. Compenso: 8,93 € per percorrere 28 km. Ancora una volta, la logica dello sfruttamento prevale sulla sostenibilità economica. Rifiuto nuovamente, sperando in una proposta che sia finalmente compatibile con un rapporto dignitoso tra chilometri percorsi e compenso.
La beffa della "Libertà"
Ed è qui che cade il castello di carte dei manager di Deliveroo. Ogni volta che denunciamo lo sfruttamento, ci rispondono con il solito mantra: "Siete liberi professionisti, siete liberi di scegliere".
La realtà? Dopo il mio rifiuto, ricevo una notifica secca:
"Non sei più disponibile a ricevere nuove proposte perché non hai accettato le ultime consegne."
Ecco la loro idea di libertà: o accetti di lavorare in perdita, oppure vieni messo alla porta dal sistema.
Qualcuno ha sbagliato mestiere
Tornando alle parole del "Blasco" nazionale, che nella sua celebre canzone cantava di essere "Liberi, liberi", mi viene in mente un altro suo verso: "forse qualcuno ha sbagliato mestiere". E non lo dico con cattiveria o pensando alla malafede, ma con la consapevolezza di chi vive sulla strada: gestire la logica del lavoro ignorando la vita delle persone non è impresa, è prevaricazione.








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