"Finché c’è la salute c’è tutto": Ma le App proteggono davvero i rider?
Si dice spesso che "finché c’è la salute c’è tutto", ma nel mondo delle piattaforme digitali, questa frase sembra svuotarsi di significato. Le applicazioni di delivery garantiscono davvero il benessere dei lavoratori, o la salute è solo un altro "fattore passeggero"?
Tra l'illusione del "lavoretto" e le umiliazioni quotidiane che molti rider sono costretti a subire, emerge una realtà fatta di debiti per i lavoratori autonomi e una gestione della sicurezza che appare, nel migliore dei casi, superficiale.
Il paradosso delle visite mediche
Le visite a cui i rider vengono sottoposti sollevano molti dubbi. Spesso non tengono conto di fattori fondamentali come il genere, la tipologia di mezzo utilizzato o l'anagrafica del lavoratore.
Ma c'è chi si spinge oltre: colossi come Glovo e Deliveroo arrivano a verificare l'idoneità di un rider solo dopo 50 giornate lavorative. Un ritardo incomprensibile se l'obiettivo fosse davvero la prevenzione.
I rischi invisibili: ciò che le App ignorano
La medicina del lavoro applicata al delivery sembra ignorare le patologie specifiche della professione:
Problemi urologici: Nessuna visita pone l'accento sui danni derivanti dalle ore (e dagli anni) passati sul sellino di una bicicletta.
Danni all'apparato scheletrico: Non vengono considerate le vibrazioni costanti che lo scheletro subisce durante i turni.
Salute mentale e riposo: Lo stress post-lavorativo e la mancata "disconnessione digitale" non entrano mai nel calcolo del benessere del lavoratore.
Sicurezza o semplice burocrazia?
Non vogliamo necessariamente credere alla mala fede delle aziende, ma i dati e l'esperienza sul campo parlano chiaro: l'attuale sistema non garantisce né la salute né la sicurezza dei rider. È un modello che scarica il rischio sul lavoratore, lasciando che l'usura fisica e psicologica diventi un costo individuale piuttosto che una responsabilità aziendale.


Commenti
Posta un commento