Rider in Italia: quando le app fermano il dialogo, resta solo la mobilitazione



 Negli ultimi mesi sembra che le piattaforme del delivery abbiano nuovamente deciso di mettere un freno – l’ennesimo – alle già fragili relazioni industriali. Relazioni che da anni denunciamo come precarie, non per caso, ma per una precisa visione delle aziende: continuare a considerare i rider di Glovo, Deliveroo e delle altre piattaforme come lavoratori autonomi, nonostante le vertenze, le sentenze e le inchieste che mostrano tutt’altro.


Ogni volta che una causa mette in discussione questo modello, le piattaforme perdono soldi e soprattutto perdono l’immagine patinata del “mondo perfetto” che vogliono vendere. Così, invece di aprire un confronto serio e collettivo, concedono solo interlocuzioni individuali: casi singoli, blocchi illegittimi, problemi isolati. Mai una discussione strutturale, mai un tavolo che affronti le condizioni di tutti. E intanto i tempi della magistratura restano biblici.


Le piazze parlano chiaro: i rider si stanno muovendo


Dalle piazze di Torino a quelle di Milano, Bologna, Napoli e tante altre città, la voce è la stessa:  

i rider si stanno mobilitando per denunciare condizioni di sfruttamento sempre più pesanti.


- chilometri sempre più lunghi  

- tariffe sempre più basse  

- aumento del caporalato digitale  

- totale scarico dei costi sul lavoratore: mezzo, manutenzione, benzina, partita IVA  


Lo sfruttamento non si combatte da soli. Lo si combatte insieme, denunciando collettivamente le anomalie di un sistema che pretende disponibilità totale in cambio di 3,50 euro a consegna.


 7 giorni per rispondere a un caso di sfruttamento: un tempo infinito


Quando un rider segnala un abuso, un blocco illegittimo o un caso di sfruttamento strutturato, le piattaforme si prendono fino a 7 giorni – e in alcuni casi anche di più – per dare una risposta.  

Per chi vive di consegne, sette giorni senza lavorare sono un’enormità. Sono affitto, bollette, spesa. Sono la differenza tra farcela e non farcela.


E allora la realtà è semplice:  

se sette giorni sono troppi per chi lavora, l’unica risposta che le piattaforme sembrano riconoscere è il fermo del servizio.


Per questo i rider continuano a mobilitarsi


Perché non c’è dialogo senza riconoscimento.  

Non c’è tutela senza collettività.  

Non c’è dignità senza diritti.


E finché le piattaforme continueranno a ignorare le richieste dei lavoratori, saranno le piazze – e non i tavoli istituzionali – a parlare.

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