L'Etica non si pesa un tanto al chilo: il paradosso del "Caporalato Cool" a Torino
Torino, città di industria e di lotte, si trova oggi davanti a un bivio paradossale. Da un lato, la cronaca giudiziaria accende i fari sulle grandi aziende indagate per caporalato, svelando un sistema di sfruttamento che pensavamo confinato altrove e che invece pulsa nel cuore produttivo del Nord. Dall’altro, spuntano come funghi i cosiddetti "progetti sociali".
Si presentano bene. Usano parole come sostenibilità, inclusione e, soprattutto, si autodefiniscono ETICI. Ma grattando la superficie della narrazione "green", cosa resta?
Il peso della realtà (35 kg, per l'esattezza)
La domanda che dobbiamo porci è semplice: cosa c'è di etico nel chiedere a un lavoratore di trasportare 35 kg di carico su una bicicletta muscolare?
Mentre il marketing ci vende l'immagine romantica del rider che pedala verso un futuro migliore, la realtà muscolare parla di:
Sforzo fisico estremo che logora le articolazioni.
Sicurezza stradale compromessa da pesi impossibili da gestire in frenata o in curva senza assistenza elettrica.
Sfruttamento mascherato da missione sociale, dove il risparmio sui mezzi (non elettrici) ricade interamente sulle spalle (e sulle gambe) dell'ultimo miglio.
Se è muscolare, non è etico
L'etica nel lavoro non è un'etichetta che si incolla sopra un progetto per renderlo più appetibile ai finanziamenti pubblici o al consenso sociale. L'etica è rispetto della dignità fisica del lavoratore.
Imporre carichi da facchinaggio pesante su una bici tradizionale non è "eroismo ecologico", è un ritorno al passato più oscuro sotto mentite spoglie. Se l'innovazione sociale non prevede strumenti che tutelino la salute di chi pedala, allora non è innovazione: è solo caporalato vestito meglio.
Non chiamatela "Economia del Bene"
Non possiamo accettare che Torino diventi il laboratorio di una nuova forma di sfruttamento "gentile". Se un progetto si definisce etico, deve dimostrarlo nei fatti, a partire dai carichi massimi e dai mezzi messi a disposizione.
35 kg su una bicicletta muscolare non sono un progetto sociale. Sono un insulto alla fatica di chi lavora.
È ora di smetterla di confondere il sacrificio fisico dei lavoratori con la sostenibilità ambientale. La vera etica inizia dove finisce lo sfruttamento.

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