Glovo e la "svolta" sul caporalato: 200 euro di fumo negli occhi e i soliti miraggi
La società dei rider Glovo ha comunicato in pompa magna di aver ottenuto il parere positivo della Procura di Milano per il percorso intrapreso contro il caporalato digitale, dopo il commissariamento dello scorso febbraio. Secondo l'azienda, nelle tasche dei lavoratori arriveranno già a giugno 200 euro in più.
Ma passiamo dalla propaganda alla realtà. Questa cifra viene sbandierata come un grande traguardo, ma nasconde una profonda ingiustizia: l'azienda non fa alcuna valutazione sui mezzi usati. Significa che chi si spacca la schiena in bicicletta riceverà lo stesso identico trattamento di chi usa la macchina e deve sostenere i costi di benzina, assicurazione e manutenzione. Non solo: nessuna distinzione tra Partita IVA e ritenuta d'acconto. Un livellamento verso il basso che ignora totalmente i costi reali sostenuti da chi lavora.
Controlli severi? Un dovere spacciato per concessione
«In questi mesi - prosegue il comunicato - Glovo ha collaborato in modo continuativo, trasparente e costruttivo con la Procura [...] definendo un articolato piano di interventi volto a rafforzare ulteriormente i propri standard operativi, organizzativi e di controllo.»
Il piano prevede anche "verifiche di idoneità sui lavoratori e sull’identità degli account" per evitare il sub-appalto delle app. L'azienda lo presenta come un passo avanti straordinario, ma la verità è un'altra: Glovo sta annunciando che farà finalmente cose che avrebbe dovuto fare sin dal primo giorno. Controllare l'identità di chi usa la piattaforma e verificare la sicurezza dei mezzi non è un "plus" da concordare con i tribunali, era un preciso dovere aziendale da sempre ignorato.
Il miraggio dei 14 euro all'ora
Il punto centrale del comunicato di Glovo riguarda l'aumento del compenso:
Dall’1 giugno 2026 ai rider di Glovo verrà corrisposto un aumento del «minimo orario lordo» a «14 euro» l’ora contro i 10 euro previsti oggi dal contratto Assodelivery-Ugl (già contestato dal procuratore Paolo Storari perché non rispettoso della dignità dei lavoratori).
Ed ecco dove scatta la trappola. Quattordici euro all'ora, sì, ma solo per l'ora lavorata (il tempo effettivo di consegna). Significa che se rimani in strada ad aspettare e non ricevi ordini, non guadagni un centesimo.
Con la politica aziendale del continuo reclutamento di nuovi rider e il sistema del free-login (che permette a chiunque di connettersi saturando il mercato), il tempo di attesa non pagato aumenterà inevitabilmente. In questo scenario, i 14 euro all'ora non sono una conquista: rimangono un puro miraggio
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La conclusione: Cambia la facciata, non la sostanza
Glovo ci tiene a precisare che non lascerà l'Italia (a differenza di quanto fece Uber) e che intende "migliorare le condizioni di lavoro dei rider", promuovendo un modello fondato su "trasparenza e responsabilità".
La verità è che dietro i paroloni e i 200 euro di "bonus" concessi per ripulirsi l'immagine dopo il commissariamento, il sistema di sfruttamento basato sul cottimo e sull'incertezza del tempo d'attesa resta intatto. Finché il rischio d'impresa continuerà a ricadere interamente sulle spalle dei rider, parlare di "svolta contro il caporalato" è solo l'ennesima operazione di marketing

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