Rider subordinato e falsa sicurezza


 

L'ILLUSIONE DELL'ORTICELLO E IL COLLASSO DI UN MITO: SE LA RUOTA DELLE APP SI INCEPPA

Guardare il proprio orticello mentre tutto intorno brucia. Era questa l’illusione che, fino a ieri, cullava l’anima del rider "modello". Quello sempre disponibile, quello che sotto il diluvio universale correva più forte, che macinava chilometri accumulando 3.000 ticket di assistenza nella speranza di un aumento di ore, di un briciolo di considerazione in più dall'algoritmo.

Mentre correva a testa bassa, quel rider non si accorgeva del collega di Glovo (o di qualunque altra sigla) che, pur svolgendo le stesse identiche mansioni, si ritrovava con un giardino ancora più povero, con tariffe più misere, con tutele ridotte all'osso. C'era la convinzione strisciante, quasi fiera, che "a me non succederà", che la propria dedizione fosse uno scudo impenetrabile. Qualcuno era persino arrivato a fantasticare, in un delirio di finta stabilità, di poterci andare in pensione, facendo il rider.

La fabbrica non c'è più: il grande inganno del virtuale

Ma la miopia di questa guerra tra poveri si scontra oggi con una realtà brutale. Le applicazioni non sono l'ex Fiat, non sono l'ex Pirelli. Non sono i colossi industriali del Novecento che, pur nello scontro duro di classe, avevano una tenuta strutturale, garantivano il lavoro sul lungo termine, costruivano case per i dipendenti e organizzavano le colonie estive per i figli. Quel capitalismo materiale, radicato sul territorio, è svanito nel tempo.

Oggi le app sono scatole cinesi. Un mondo interamente virtuale fatto di azionisti invisibili, fondi di investimento e capitali speculativi che bruciano e fanno girare soldi a una velocità supersonica. Ma c'è un dettaglio che l'ortolano del delivery ha finto di non vedere: se la ruota si inceppa, gli azionisti si ritirano. E se i giganti del capitale fanno un passo indietro, il castello di carte crolla in un istante.

Basta una mail. Una sola comunicazione aziendale asettica per far tremare chi si sentiva intoccabile. È la cronaca recente: una lettera che annuncia l'esubero di 42 coordinatori, e di colpo tutte le certezze svaniscono come nebbia al sole. Anche chi pensava di aver svoltato, chi stava "al caldo" della gestione, si ritrova improvvisamente dalla parte sbagliata del click.

Dagli anni '60 a oggi: dalla lotta di classe alla speranza individuale

Le aziende sono cambiate, è evidente, ma il dramma vero è che sono cambiati anche i lavoratori.

  • Negli anni '60, nelle grandi fabbriche, si lottava non appena si annusava l'aria di crisi. Si faceva blocco unico, si incrociavano le braccia per solidarietà prima che il colpo venisse sferrato. C'era la coscienza che il destino del singolo dipendeva dalla tenuta del collettivo.

  • Oggi, nell'era dell'isolamento digitale, si spera semplicemente che la scure colpisca il vicino di pianerottolo e non noi. E se per caso la crisi ci tocca da vicino, non si pensa più a come fare muro, a come difendere il posto. La prima domanda, l'unica che rimbomba nella testa del lavoratore atomizzato, è diventata: "Nel caso in cui tocchi a me, quanti soldi di incentivo posso strappare per uscirne?"

Siamo passati dalla difesa collettiva del futuro alla monetizzazione della nostra stessa espulsione dal mercato.

Rompere l'isolamento

Questo sistema campa e prospera sulla nostra frammentazione. Finché continueremo a pensare che il collega con un'altra divisa o con un altro contratto sia "un altro mondo", resteremo carne da macello per gli azionisti del delivery. La crisi dei coordinatori dimostra che nessuno è al sicuro, che l'algoritmo non ha memoria e non ha gratitudine.

È ora di alzare la testa dall'orticello. La terra su cui stiamo coltivando le nostre piccole illusioni è già stata venduta al miglior offerente. O torniamo a fare corpo unico, o la prossima notifica sul telefono sarà l'ultima.

Commenti

Post popolari in questo blog

3,50 € per una consegna 6000 € di multa

5 Euro l'Ora: Un'Offesa al Lavoro, Un Oltraggio alla Partita IVA

Niente carota solo bastone