CONSEGNE GRATUITE, RETRIBUZIONI DA FAME: LA MATEMATICA SPORCA DELLE PIATTAFORME
C’è qualcosa che non torna. E non è un errore di calcolo dell'algoritmo, ma una precisa scelta di business.
Nelle ultime settimane, la Procura di Milano ha acceso i riflettori su Deliveroo, mettendola sotto controllo giudiziario con un'ipotesi di reato pesante come un macigno: caporalato aggravato.Migliaia di rider in Italia sono stati costretti a lavorare in condizioni di totale sfruttamento, con paghe reali che, per la stragrande maggioranza dei lavoratori, si collocano ben al di sotto della soglia di povertà nazionale.
Mentre i lavoratori combattono ogni giorno in strada per racimolare pochi euro a consegna, senza tutele, ferie o malattia, i piani alti della società stringono accordi milionari con i giganti del web. Da tempo, infatti, Deliveroo spinge forte sul suo abbonamento Plus, regalandolo di fatto a chiunque sia iscritto ad Amazon Prime e promettendo "consegne gratuite e illimitate".
Qui casca l'asino. Qui la retorica della tecnologia che "semplifica la vita" crolla sotto il peso della realtà.
La domanda sorge spontanea: chi paga il conto?
Se il cliente non paga la spedizione, se il ristorante deve cedere una percentuale altissima della transazione alla piattaforma e se Amazon e Deliveroo usano questo incrocio di dati per gonfiare i propri abbonamenti e fidelizzare milioni di utenti, chi sta finanziando davvero questa apparente gratuità?
La risposta è dolorosamente semplice: la pagano i rider.
La "consegna gratuita" promossa nei banner patinati non è un regalo di Jeff Bezos o dei vertici di Deliveroo. È un costo esternalizzato, scaricato interamente sull'ultimo anello della catena. Viene pagato attraverso:
Tariffe al chilometro ridotte all'osso, che costringono a turni massacranti per raggiungere uno stipendio dignitoso.
Zero tutele sui mezzi di trasporto, i cui costi di acquisto, manutenzione e carburante restano a carico di chi pedala o guida.
Il ricatto dell'algoritmo, che premia chi accetta qualsiasi condizione e penalizza chi prova a rifiutare tariffe offensive.
Smontiamo il bluff del "progresso"
Non si può spacciare per "innovazione" e "comodità" quello che la magistratura sta ridefinendo come caporalato digitale. Abbinare il colosso dell'e-commerce mondiale al food delivery per offrire servizi a costo zero sulla pelle dei lavoratori è la dimostrazione lampante di un sistema che crea profitto impoverendo chi produce il servizio.
Se un servizio è gratis per chi compra, ma genera miliardi per chi lo possiede, significa che la forza lavoro è stata totalmente svalutata.
Non c'è più spazio per le favole sulla gig economy e sui "lavoretti per arrotondare". Dietro lo schermo dei nostri smartphone c'è una filiera che ha bisogno di regole severe, contratti veri e, soprattutto, dignità. Perché l'equazione attuale non sta in piedi: sulla bilancia del mercato, la comodità del consumatore non può valere più della vita di un lavoratore.
È ora di pretendere trasparenza. Perché così, davvero, qualcosa non torna.

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