Non consegniamo panini: alimentiamo imperi (di dati)


 

Ci raccontano che siamo l’ultimo anello della catena. Quelli che portano panini, pizze, sushi. Quelli che pedalano sotto la pioggia, che aspettano sotto casa, che sorridono anche quando il tempo non basta e il compenso neanche.

Ma la verità è un’altra.

Noi non consegniamo solo cibo.

Noi alimentiamo sistemi.

Noi generiamo dati.

E quei dati valgono più di qualsiasi panino.

Ogni ordine è informazione.

Ogni percorso è tracciamento.

Ogni preferenza è un pezzo di mercato.

Le piattaforme non stanno costruendo servizi: stanno costruendo mappe dettagliate delle città, dei consumi, delle abitudini. Sanno dove si ordina di più, cosa si mangia, quando si ha fame, quanto si è disposti a spendere. E con queste informazioni aprono nuovi locali, ottimizzano le catene, colonizzano quartieri interi.

E noi?

Noi siamo il motore invisibile.

Senza tutele vere.

Senza voce.

Senza dignità riconosciuta.

Le applicazioni decidono tutto: tempi, percorsi, priorità.

Un algoritmo assegna valore al nostro lavoro.

Un punteggio decide se esistiamo oppure no.

E mentre noi corriamo, qualcuno accumula capitale.

Non solo economico, ma informativo.

Un capitale che cresce grazie a ogni nostra consegna.

È qui che nasce la contraddizione.

Ci chiamano “autonomi”, ma siamo controllati.

Ci chiamano “partner”, ma non decidiamo nulla.

Ci chiamano “flessibili”, ma siamo sempre disponibili.

Non è innovazione, è trasformazione del lavoro in dato.

Non è libertà, è dipendenza mascherata.

E allora serve dirlo chiaramente:

Non siamo pedine.

Non siamo numeri.

Non siamo dati da vendere.

Siamo lavoratori.

E senza di noi, questo sistema non esiste.

È tempo di rivendicare diritti, trasparenza, equità.

È tempo di smontare la narrazione, prima che siano le piattaforme a smontare definitivamente noi.

Perché non si può costruire un impero sulla precarietà.

E chiamarlo progresso.

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