Deliveroo,sfruttamento a doppio livello:rider in strada e assistenza in Romania costretti a dire mi spiace

 



La guerra tra poveri dietro lo schermo: perché i copioni dell'assistenza non bastano più

“Voglio dire a Deliveroo che i 'mi dispiace' pronunciati dagli operatori sfruttati in Romania non bastano più a pagare l'affitto.”

Chiunque abbia pedalato per ore sotto la pioggia, al gelo o nei pomeriggi torridi dell'estate conosce a memoria quella sequenza di parole. Un problema con un cliente, l'indirizzo di consegna errato, l'app che si blocca sul più bello congelando il tuo compenso, o peggio, un incidente stradale. Apri la chat del supporto tecnico, provi a chiamare, e dall'altra parte ricevi puntualmente la stessa identica risposta, cortese ma tragicamente vuota: “Ci dispiace molto per il disagio, capiamo la tua situazione...”.

Dietro quelle scuse standardizzate non c'è una reale volontà di risolvere il problema. C'è un muro di gomma aziendale progettato appositamente per disinnescare la nostra frustrazione, farci perdere tempo e spingerci a mollare il colpo. Ma la verità strutturale che dobbiamo iniziare a gridare a gran voce è un'altra: quel muro di gomma è sorretto da persone che si trovano esattamente nella nostra stessa identica condizione di precarietà.

Il cortocircuito della delocalizzazione

Le grandi multinazionali del delivery hanno perfezionato un capolavoro di ingegneria dello sfruttamento: mettere un lavoratore fragile a gestire le emergenze di un altro lavoratore altrettanto fragile. Spostando l'assistenza clienti nei call center in Romania, le piattaforme non cercano solo un brutale risparmio sul costo del lavoro; cercano uno scudo umano.

Gli operatori che rispondono da Bucarest o da Timișoara lavorano con turni massacranti, stipendi d'inflazione e un controllo algoritmico del tempo medio di gestione dei ticket che non ha nulla da invidiare ai tempi di consegna imposti a noi rider sulla strada. Sono obbligati a seguire copioni rigidi, frasi fatte preconfezionate dalla dirigenza. Non hanno alcun potere decisionale reale per modificare un pagamento o correggere un errore del sistema.

Basta con la guerra tra poveri

Il sistema si alimenta della nostra rabbia reciproca. Il rider, esasperato e con la consegna in ritardo, tende a scaricare la propria legittima frustrazione sull'operatore del call center, percepito come inefficiente o indifferente. L'operatore, dall'altro lato, subisce l'ostilità di decine di lavoratori stanchi ogni giorno, stringendo i denti per non perdere un posto di lavoro malpagato.

Questa è la classica guerra tra poveri su cui le piattaforme prosperano. Ma la solidarietà dei lavoratori non può e non deve fermarsi ai confini nazionali. Dobbiamo renderci conto che lo sfruttamento della gig economy adotta la medesima logica ovunque: che si tratti di pedalare nel traffico o di rispondere a un monitor in un ufficio dell'Europa dell'Est.

Le scuse non pagano le bollette

Gentilezza forzata e algoritmi non possono sostituire i diritti materiali. Noi rider non chiediamo risposte empatiche preconfezionate o dispiaceri aziendali da manuale; chiediamo trasparenza algoritmica, tutele reali e compensi dignitosi. Chiediamo che il lavoro venga pagato per il suo valore reale e tangibile.

È tempo di indirizzare la protesta verso i veri responsabili del sistema. Deliveroo deve capire che il tempo delle scuse standardizzate è scaduto. La cortesia di facciata non si traduce in potere d'acquisto, non riempie il carrello della spesa e, soprattutto, non serve a saldare i conti a fine mese. Perché, molto semplicemente, con i loro 'mi dispiace' non ci si paga l'affitto.


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