L'ipocrisia dei controlli: se la matematica degli infortuni non fa più notizia nemmeno per l'INAIL
E’compito dell’INAIL valutare i dati e segnalare criticità sistemiche. Ignorare un picco di infortuni significa non adempiere alla funzione di prevenzione prevista dall’art. 9 del D.Lgs. 81/2008
La dinamica è sempre la stessa, da prassi. Ti fai male sulla strada mentre stai consegnando, l'azienda fa la sua regolare denuncia (spiegando il fatto "per filo e per segno" dal proprio punto di vista) e, poco dopo, l'INAIL ti manda a casa il classico questionario di riscontro. Sulla carta, sembra un meccanismo perfetto, quasi premuroso: l’istituto vuole verificare che la versione del lavoratore coincida al millimetro con quella dichiarata dall'impresa. Una prassi corretta, si potrebbe pensare.
Se non fosse che, dietro questa apparente precisione burocratica, si nasconde una cecità sistemica che fa spavento.
Mentre l'INAIL si preoccupa di incrociare i dettagli del singolo incidente per assicurarsi che ogni casella sia sbarrata al posto giusto, sembra ignorare completamente la proporzione della montagna di dati che ha sotto il naso. Parliamo di numeri macroscopici, ufficiali, che gridano vendetta da soli.
Solo nel triennio 2021-2023, gli infortuni registrati nel settore del delivery sono stati 1.364.
Tradotto in cifre reali, l'impatto e la frequenza di questi incidenti parlano chiaro:
Il volume annuo: 1.364 infortuni divisi su 3 anni significano esattamente 454,6 infortuni all'anno.
La frequenza quotidiana: Dividendo la media annua per i 365 giorni, la spaventosa certezza matematica è di 1,25 infortuni al giorno.
Significa che non siamo semplicemente a "1 al giorno", ma che la media matematica supera la singola unità quotidiana. Ogni singola giornata dell'anno c'è un rider che finisce sull'asfalto, con una regolarità spaventosa. Eppure, questa incidenza così pesante non sembra far suonare nessun campanello d'allarme negli uffici di chi dovrebbe tutelarci.
Com'è possibile che l’INAIL – che di fatto è un organo assicurativo e, come tutte le assicurazioni, sappiamo bene quanto sia restia a sborsare soldi – non intervenga in modo duro e indiretto contro le aziende che generano questa scia continua di sinistri? In qualsiasi altro settore economico, una frequenza di infortuni del genere farebbe scattare ispezioni a tappeto, rimodulazione al rialzo dei premi assicurativi a carico delle aziende come sanzione, e blocchi operativi. Nel delivery no. Si preferisce mandare il questionario a casa del lavoratore.
I giornali e i media nazionali hanno portato più e più volte alla ribalta le condizioni di salute e sicurezza a cui è sottoposto chi consegna, denunciando i ritmi dettati dagli algoritmi e il rischio costante sulla strada. La finzione della "casualità" o della "fatalità del singolo" crolla miseramente di fronte a una statistica così spietata.
A questo punto la domanda sorge spontanea: cosa c'è sotto?
Perché un istituto pubblico di vigilanza e assicurazione accetta passivamente che un intero modello di business scarichi il proprio rischio d'impresa direttamente sui corpi dei lavoratori e sulla spesa pubblica, senza muovere un dito contro i giganti delle piattaforme? Incrociare i dati dei moduli non basta più quando la percentuale di rischio è strutturale. Servono risposte, ma soprattutto servono interventi penali e strutturali prima che la media statistica del prossimo mese si trasformi in una tragedia irreparabile.

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