Rider sommerso nel sottopasso: cosa ne pensa chi difende l’autonomia e chi ha indagato le app ‘collaborative’?
L’ACQUA ALLE SPALLE: Il fallimento dell'algoritmo "collaborativo" nel fango di Milano
L'immagine del rider che guada un sottopasso milanese allagato, spingendo lo scooter con l’acqua che gli arriva quasi alle spalle sotto un diluvio torrenziale, non è una "storia di resilienza". È la fotografia brutale di un ricatto. Mentre la città si rifugiava al riparo dall'ennesimo nubifragio, la catena di montaggio digitale non si è fermata. Perché l'algoritmo non ha ombrelli, ha solo scadenze.
Questo squarcio di realtà impone due riflessioni politiche non più rimandabili, dedicate a chi gestisce la teoria e a chi nega la pratica di questo modello economico.
1. Cosa ne pensa chi ama e difende l'Autonomia?
Per chi ha fatto dell'Autonomia operaia e del rifiuto del lavoro salariato alienato un faro politico, quella scena è la negazione totale di ogni libertà.
- L'inganno dell'auto-imprenditorialità: Ci avevano venduto il mito del "lavori quando vuoi, sei il capo di te stesso". La verità autonoma ci dice il contrario: qui l'autonomia è stata privatizzata e ribaltata contro il lavoratore. Diventa "autonomia di rischiare la vita", "autonomia di pagarsi le cure", "autonomia di affogare in un sottopasso" pur di non perdere il punteggio di eccellenza sull'applicazione.
- La disciplina invisibile: Non c'è un padrone fisico che ti ordina di entrare in quel sottopasso, ma c'è un dispositivo in tasca che, se ti fermi, ti taglia fuori dai turni futuri (il cottimo algoritmico). Chi difende la vera emancipazione sa che questa non è flessibilità: è la sussunzione totale della vita e del corpo al flusso delle merci, dove il mezzo di trasporto e il rischio d'impresa sono scaricati interamente sull'ultimo anello della catena.
2. Cosa ne pensa chi ha "indagato" le app per mesi per poi definirle "collaborative"?
Qui la rabbia si fa satira e denuncia contro quell'accademia e quella politica compiacenti che hanno speso fiumi di inchiostro per studiare i modelli di Gig Economy, concludendo che le piattaforme sono "ecosistemi collaborativi" e "strumenti di co-working orizzontale".
- La dissociazione accademica: Bisognerebbe chiedere a questi esperti se il fango del sottopasso di via Pacuvio rientra nei parametri della "collaborazione simmetrica". Dire che un'applicazione è collaborativa dopo che la Procura di Milano ha aperto inchieste per caporalato e decretato amministrazioni giudiziarie per "paghe da fame" significa vivere in una bolla ideologica.
- La asimmetria di potere: Non c'è alcuna collaborazione quando una parte detiene il codice sorgente (blindato e protetto da segreto industriale) e l'altra ci mette i propri polmoni, il proprio tempo e la propria incolumità. L'app non collabora: impone, traccia, valuta e punisce. Definirla "collaborativa" serve solo a ripulire la coscienza del consumatore e a deregolamentare il mercato del lavoro, spacciando la disperazione per "condivisione".
Il dato reale: Mentre le aziende ritoccano i compensi di pochi centesimi lordi al minuto per rimediare alle sanzioni, i rider continuano a manifestare a Milano contro un sistema strutturalmente basato sul cottimo. L'acqua nel sottopasso non ha bagnato solo un lavoratore; ha fatto affogare definitivamente la retorica della tecnologia che emancipa.

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