Riflessioni sotto 40 gradi: La finta libertà del "modello nuovo"
Riflessioni sotto 40 gradi: La finta libertà del "modello nuovo"
Sono collegato, ci sono quasi 40 gradi all'ombra e l'aria è irrespirabile. Sul telefono mi arriva la notifica dell'ennesimo video in cui si parla (anche) di me. Lo apro per curiosità, senza nessuna voglia di fare polemica. Sento dire, con una naturalezza disarmante, che "la stragrande maggioranza ha scelto questo lavoro perché vuole essere libera di collegarsi quando vuole e se vuole".
Onestamente sgrano gli occhi. Mi guardo intorno.
Vedo colleghi immobili sotto il sole cocente, ad attendere un ordine che non arriva. E la domanda mi sorge spontanea: rimangono lì a farsi cuocere l'asfalto perché sono masochisti o perché l'attuale modello non permette alcuna scelta? Se vai a casa a cercare il fresco e provi più tardi, semplicemente non mangi. Altro che "libertà".
Chi c'è davvero sotto quel sole?
Se si va oltre la superficie e si guardano in faccia le persone, ci si accorge di una realtà ben diversa dalla narrazione idilliaca dei media. Chi c'è sotto i 40 gradi ad aspettare? Sono prevalentemente ragazzi extracomunitari, molti dei quali hanno difficoltà con la lingua italiana e persino con l'inglese. Spesso hanno in tasca solo documenti provvisori.
Allora mi domando: non è che fanno questo lavoro non perché l'hanno scelto, ma perché sono le loro condizioni di estrema vulnerabilità ad averli scelti per questo lavoro?
Ma certo, sarà sicuramente il caldo che mi fa fare questi pensieri negativi. Sarò io, il solito vecchio di sinistra che non vuole aggiornarsi al "mondo nuovo".
La realtà dei fatti (e del frigo)
Poi però guardo me stesso nello specchietto retrovisore. Vedo i segni dei miei quasi cinquant'anni e mi chiedo: ma io, che cazzo ci faccio ancora qui sotto il sole?
La risposta è banale, terra-terra: se non ci sto, non mangio. Non ho la libertà di scegliere se lavorare o meno oggi, perché l'assicurazione mi aspetta, l'affitto mi aspetta e il frigo mi aspetta per essere riempito.
Nel video continuano a ripetere che questo è un "modello nuovo, ancora tutto da capire e da studiare". Eppure, il mio culo e la mia schiena parlano un'altra lingua. Sono anni che vengono maltrattati da zaini pesantissimi che portano di tutto, con un sedere che ha sfregato per una vita intera prima sul sellino di una bicicletta e ora su quello di un motorino.
Ci sono stati film, documentari, almeno sei libri, decine di inchieste giudiziarie e sentenze vinte nei tribunali. Ma davvero c'è ancora qualcosa da capire su come funziona questo modello?
Un brivido dagli anni '80
Per distrarmi da questi pensieri e dal caldo, la mente viaggia all'indietro. Improvvisamente mi torna in mente un ricordo nitido degli anni '80: i ragazzi con il gilet dei Pony Express. Giravano in scooter o in bicicletta, comunicavano con i walkie-talkie e facevano esattamente lo stesso identico lavoro.
Sono passati quasi quarant'anni. Che cazzo c'è di nuovo in tutto questo?
Niente. Non c'è assolutamente nulla di nuovo, se non i padroni. A differenza di quelli di una volta, questi sono giganti stranieri, multinazionali che non pagano un cazzo di tasse nei paesi dove operano. Io, invece, sono costretto a pagare fino all'ultimo centesimo. Perché quando c'è da riscuotere, lo Stato sa benissimo quanto e quando devo pagare.
Una domanda aperta
Mi fermo, rifletto e mi chiedo: se noi stessi rider continuiamo a giustificare i padroni o a difendere un modello di sfruttamento che è vecchio come il mondo, come possiamo pensare di cambiare davvero qualcosa?
Nessuna polemica, sia chiaro. Solo una semplice riflessione, prima che suoni il prossimo ordine

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