IL BLUFF DEL "LAVORO NUOVO": Dieci anni di sentenze, caporalato digitale e il silenzio della politica


 ​IL BLUFF DEL "LAVORO NUOVO": Dieci anni di sentenze, caporalato digitale e il silenzio della politica

​C’è una narrazione tossica che rimbalza da oltre un decennio sui media mainstream, nei salotti televisivi e nei discorsi dei palazzi del potere. È la favola del "lavoro nuovo", della "lavoretti-economy", della flessibilità giovanile e della manna dal cielo arrivata grazie a un’algoritmo.

​Ma dopo 10 anni di denunce, scioperi, inchieste della Procura e sentenze storiche dei tribunali, continuare a definire il mondo del delivery una "novità da regolamentare" non è più ingenuità. È complicità. Siamo veramente un Paese al capolinea, incapace di evolversi, o stiamo semplicemente assistendo al solito, vecchio sistema del "favore e favoretti" benedetto dalla politica?

​Un decennio di carte bollate: cosa dicono le sentenze (vinte)

​Mentre i vertici delle multinazionali delle consegne parlavano di "libertà e autonomia", i tribunali italiani ed europei scrivevano la realtà dei fatti. Non stiamo parlando di opinioni, ma di sentenze passate in giudicato:

​Subordinazione riconosciuta: Cassazione e Corti d'Appello hanno stabilito a più riprese che i rider non sono "imprenditori di se stessi", ma lavoratori subordinati a tutti gli effetti, con diritto a ferie, malattia, tfr e tutele.

​Algoritmi discriminatori: Sentenze storiche (come quella contro l'algoritmo "Frank" di Deliveroo) hanno dimostrato che il software puniva chi scioperava o si ammalava.

​Caporalato e sfruttamento: Le inchieste giudiziarie hanno svelato una realtà agghiacciante fatta di intermediari senza scrupoli, clandestini sfruttati per pochi euro l'ora, e condizioni di totale illegalità.

​Se la magistratura ha parlato chiaro, perché per lo Stato questi lavoratori sono ancora fantasmi in bicicletta?

​Cosa c'è dentro lo scatolone del delivery?

​Se apriamo lo zaino termico che i rider portano sulle spalle, dentro non troviamo solo una pizza o un hamburger. Troviamo il perfetto riassunto del declino del mercato del lavoro italiano:

​Esternalizzazione del rischio d'impresa: Il mezzo è del lavoratore, lo smartphone è del lavoratore, l'incidente stradale è a carico del lavoratore. L'azienda incassa, il lavoratore rischia la vita.

​Sfruttamento dei disperati: Un sistema che si regge spesso sulla vulnerabilità di migranti e persone senza alternative, ricattabili a causa della necessità di un permesso di soggiorno o della pura sopravvivenza.

​Dumping contrattuale: Contratti "pirata" firmati da sindacati di comodo pur di non applicare i contratti collettivi nazionali della logistica o del commercio.

​Il grande silenzio della politica: "Favore e favoretti"?

​La domanda sorge spontanea e brucia: perché la politica non interviene in modo radicale?

​La risposta sta nella natura stessa del potere in Italia. Riconoscere i diritti a centinaia di migliaia di rider significherebbe costringere colossi miliardari a pagare le tasse e i contributi nel nostro Paese. Significherebbe dire "no" alle lobby del digitale che minacciano di "lasciare l'Italia" ogni volta che si parla di diritti.

​Invece di una legge chiara e inflessibile che applichi l'articolo 36 della Costituzione (giusta retribuzione), assistiamo a un eterno rimandare, a tavoli tecnici infiniti e a decreti farsa. È il solito stile italiano: non disturbare il grande investitore straniero, garantire lo status quo e magari scambiare il silenzio normativo con la promessa di qualche investimento di facciata. Una politica debole con i forti e forte con i deboli, che preferisce sostenere il sistema dei "favoretti" alle grandi piattaforme piuttosto che difendere la dignità del lavoro.

​L'ora del riscatto

Non è più il tempo dei "lavoretti". Questa è classe operaia moderna, digitalizzata ma privata dei diritti conquistati cinquant'anni fa. Continuare a chiamarlo "lavoro nuovo" è l'alibi di una classe politica fallita. Le sentenze ci hanno dato ragione, ora serve la dignità.

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