Un’ulteriore considerazione: il paradosso tra l'autonomia professata e le tutele del passato


 

Un’ulteriore considerazione: il paradosso tra l'autonomia professata e le tutele del passato

È necessaria un’ulteriore riflessione, dettata da un'incongruenza di fondo che emerge sempre più spesso nel dibattito sul nostro settore. L'intento non è affatto polemico, tutt'altro: l'obiettivo è analizzare lucidamente i fatti e le dinamiche che muovono certe posizioni.

Capita di frequente di ascoltare le testimonianze di rider con un passato da lavoratori subordinati. Figure che oggi, forti di quell'esperienza, sostengono che il modello della subordinazione applicato alle consegne non sia sostenibile, arrivando a professare e a caldeggiare l'idea di una totale autonomia per i propri colleghi.

Fino a qui, l'opinione in sé potrebbe anche essere legittima e persino condivisibile all'interno di un libero confronto di idee. Il vero nodo della questione, tuttavia, si sposta su un altro piano, ed è un interrogativo che riteniamo doveroso porsi.

Bisognerebbe domandarsi se chi oggi si fa portavoce dell'autonomia a tutti i costi, nel momento in cui ha concluso la propria esperienza da lavoratore subordinato, abbia usufruito o meno di quegli ammortizzatori sociali (come la NASpI o altre indennità) che nascono e sono finanziati proprio dai meccanismi della subordinazione.

Se così fosse, ci troveremmo di fronte a un profondo cortocircuito concettuale. Esisterebbe un conflitto evidente tra ciò che si dichiara pubblicamente oggi e ciò di cui si è beneficiato ieri come ex dipendenti. Si finisce, di fatto, per negare alle nuove generazioni di lavoratori l'accesso a quelle stesse reti di sicurezza che hanno protetto e garantito il percorso di chi oggi ne professa il superamento.

È una questione di coerenza, ma soprattutto un dilemma che merita di essere sviscerato: si può davvero tracciare la strada del futuro ignorando le tutele che ci hanno permesso di arrivare fin qui?

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