L’estetizzazione della precarietà: quando il "Rider" diventa solo un’esca da clickbait
Non bastavano le piattaforme di delivery a sfruttare il lavoro sui pedali: ora ci si mette anche l'industria culturale. L'ennesimo esempio arriva dalle pagine culturali de Il Giorno, in un'intervista ai registi Davide Pavanello e Roan Johnson per il lancio del loro progetto cinematografico e musicale intitolato, guardacaso, "Rider".
Alla domanda sul perché di questo titolo, la risposta del co-regista lascia stupefatti per la sua disarmante sincerità:
«Questo film non parla di rider e della loro condizione. È una storia d'amore e lui fa il rider... Rider è un modo di essere, non solo il lavoro che fai».
Eccolo qui, dichiarato senza troppi pudori: l'ennesimo caso di "parola bandiera" usata come esca per fare clic e attirare l'attenzione dei media.
Usare la figura del rider come mero pretesto estetico — arrivando a paragonarlo a un "cavaliere sul cavallo bianco" o a una romantica figura in continuo movimento — significa fare un'operazione di puro pinkwashing/class-washing culturale. Si prende la figura simbolo della precarietà selvaggia, dello sfruttamento algoritmico e delle tutele negate per trasformarla in una cornice "cool", urbana ed esotica.
Se il film non parla della condizione dei lavoratori, perché usare quel nome? Perché "rider" fa tendenza, genera titoli, fa vendere biglietti e streaming. Ma romanzare la miseria lavorativa e ridurla a un pretesto narrativo per una storia d'amore non è arte coraggiosa: è opportunismo di marketing.
I rider non sono "cavalieri" romantici che sfrecciano nella notte per il gusto del movimento. Sono lavoratori in carne ed ossa che chiedono diritti, paga dignitosa e sicurezza. Smettetela di usare le nostre vite come sfondo per le vostre narrazioni patinate.

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