Il paese di "tarallucci e vino": sulla pelle dei rider la giustizia celebra il proprio fallimento
Ci sono decisioni giudiziarie che non si limitano a interpretare le norme, ma finiscono per fotografare al millimetro la paralisi di un intero Paese. La recente sentenza che ha bocciato la richiesta del pubblico ministero Paolo Storari di riconoscere i rider di Glovo come lavoratori subordinati ne è l’ennesima dimostrazione.
La motivazione del giudice? Bisogna valutare "caso per caso".
Un capolavoro di formalismo burocratico che, dietro l'apparente rigore giuridico, spalanca le porte al solito compromesso all'italiana: mentre la politica scompare e la giustizia balbetta, il sistema resta immobile. Anzi, festeggia.
La festa delle piattaforme e il business delle vertenze
A stappare le bottiglie sono prima di tutto le multinazionali del food delivery. L'obbligo di valutare la subordinazione rider per rider, algoritmo per algoritmo, consegna per consegna, neutralizza ogni tentativo di riforma sistemica. Per i colossi delle consegne, il rischio di un'estensione generalizzata dei diritti del lavoro subordinato è sventato: molto meglio affrontare singole cause atomizzate, dove il capitale d'impatto è minimo e i costi legali sono ammortizzabili.
Ma a brindare non sono solo le piattaforme. All'ombra di questa sentenza festeggiano anche quegli studi legali e professionisti che sul contenzioso individuale hanno costruito una vera e propria industria. La prospettiva di dover seguire migliaia di cause singole per ogni singolo fattorino garantisce un flusso inesauribile di parcelle, vertenze infinite e ricorsi a catena. Un mercato della tutela che trae linfa proprio dalla mancanza di una soluzione strutturale.
Prigionieri dello sfruttamento e dei tempi della giustizia
Al centro di questo teatrino restano loro: migliaia di lavoratrici e lavoratori su due ruote.
Per i rider, la favola del "valutare caso per caso" si traduce in una condanna a doppio mandato:
La prigionia dello sfruttamento: ritmi dettati da algoritmi opachi, paga a consegna, assenza di reali protezioni in caso di infortunio o malattia e la costante minaccia di un "ranking" che può cancellare il lavoro da un giorno all'altro.
La prigionia dei tempi della magistratura: per vedersi riconosciuto ciò che dovrebbe essere un diritto base, un lavoratore è costretto a imbarcarsi in iter giudiziari dai tempi biblici, tra udienze rinviate, perizie e costi d'avvio vertenza.
A chi conviene davvero una giustizia che richiede anni per decidere se chi lavora otto ore al giorno seguendo le direttive di un'applicazione sia un dipendente o un "imprenditore di se stesso"?
Basta soluzioni "caso per caso": serve dignità per tutti
Il paese dei "tarallucci e vino" è esattamente questo: il luogo in cui i problemi strutturali dell'economia digitale vengono scaricati sui singoli anelli deboli, lasciando che siano le aule di tribunale — con i loro tempi incompatibili con la vita reale — a stabilire chi ha diritto alle tutele e chi no.
Rifiutare la subordinazione generalizzata in nome della specificità individuale non è un atto di garantismo, ma un'abdicazione di responsabilità. È ora di spezzare il ricatto dei cavilli e pretendere che il lavoro su piattaforma sia riconosciuto per ciò che è: lavoro vero, con diritti veri, contratti collettivi e garanzie per tutti, senza costringere nessuno a passare la vita in tribunale per vedersi riconosciuta la propria dignità.

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